Chiaroveggenza

Eugenio Barba
di Eugenio Barba
Che il progresso implichi gravi rischi è una consapevolezza ormai così diffusa da apparire un’ovvietà. È vero anche per il teatro. Indubbiamente l’invenzione chiamata “Regia” fu un reale progresso, perché accese l’attenzione intorno al problema dell’unità e della coerenza organica dello spettacolo. Ma è un pericolo, perché mette in ombra qualcosa di altrettanto essenziale: l’unità e l’organicità di ciò che sta prima dello spettacolo – la compagnia, il gruppo d’attori che crea la rappresentazione.
Oggi sì è costretti ad usare il termine “teatro di gruppo” perché la parola “compagnia” si è consumata ed ha perso il legame con i suoi significati originari. Non è più un insieme sostanzialmente stabile di compagni, ma il cast di un solo spettacolo, organizzato – sia il cast che lo spettacolo – da un regista. In questo non ci sarebbe nulla di male, se non comportasse un allentato ad un’esigenza fondamentale per lo sviluppo dell’arte scenica: la possibilità di compiere un processo creativo e compierlo – visto che il teatro è un’arte collettiva – collettivamente e in tempi molto lunghi. Il processo creativo, infatti, non può essere sottomesso alle regole dei tempi di produzione che regolano le aziende-teatro.
Il modello di organizzazione teatrale che si adegua alle visioni del teatro-azienda è manifestamente contro natura. Tutti se ne accorgerebbero se non facesse velo l’efficienza della regia. Questa normalità contro natura è talmente penetrata nella mentalità comune, che anche quando esistono delle compagnie in qualche modo stabili, in cui gli attori non cambiano ad ogni spettacolo, esse però non svolgono – in genere – un lavoro di ricerca collettivo continuo. Gli attori lavorano assieme solo al momento delle prove dei singoli spettacoli, periodi sempre molto lontani l’uno dall’altro. Nel teatro del secolo scorso, o in quello di due o tre secoli fa. il processo collettivo non era altrettanto impossibile – anche se non veniva teorizzato. Esso poteva identificarsi con l’ampiezza del repertorio e con l’intensità e la frequenza del ritmo prove-spettacoli. Era un ritmo tale, infatti, da non spaccare l’attività dell’attore fra i momenti delegati all’allestimento e quelli delegati alla rappresentazione. Rendeva il lavoro dell’attore un lavoro a tempo pieno, in cui si provava tutti i giorni e tutti i giorni si andava in scena.
È evidente, allora, che il così dello “teatro di gruppo” costituisce, sì, una minoranza, nell’attuale panorama teatrale, ma non un’anomalia nè l’incarnazione di bisogni puramente individuali. Si tratta di bisogni individuali che spingono a compiere un’opera d’utilità generale. II teatro di gruppo tenta di contrastare un grave degrado dell’ecologia teatrale. Preserva un valore estetico e culturale minacciato dalla piega assunta nei nostri anni dal teatro di maggioranza. In altre parole: il valore di quella forma minoritaria di teatro – il teatro di gruppo – non si definisce soltanto in rapporto alle singole attività delle singole isole costituite dai gruppi. È un valore anche per l’intero complesso dei teatri, anche per quelli che vivono in un’orbita più ampia, e dai quali i gruppi si sentono e sono molto distanti, con i quali non intrecciano relazioni e spesso non possono neppure dialogare. Lo sappiano o no. è importante anche per gli altri se qualcuno continua a percorrere – in maniera di volta in volta nuova – le vecchie. strade della creazione collettiva, quelle che conducono all’autonomia dell’attore e lo rendono differente da un artista funzionale ai piani della messa in scena.
Chi, in una posizione isolata e precaria, tiene in vita modelli culturali minacciati ma essenziali per l’equilibrio di un’efficace presenza del teatro, spesso non ha il consenso e l’approvazione che premia chi vive in situazioni più “normali”. Altrettanto spesso non trova il tempo, la tranquillità, il distacco, l’autoironia che permettono di economizzare le forze e che non di rado danno gradevolezza ai prodotti di chi, invece, lavora nella penombra rispettata e ben protetta delle vecchie e nuove accademie teatrali. Proprio per questo è importante essere precisi nel ragionamento e chiaroveggenti: per evitare che una profonda, lampante utilità sia nascosta dai luoghi comuni che fanno apparire bizzaro e “fuori dal tempo” chi invece resta isolato a causa di un non usuale senso di responsabilità nei confronti del proprio tempo. E’ sciocco ignorare – dietro una scorza più ruvida, a volte meno attraente, meno uniformata – il valore profondo di una ricerca che interessa tutti, artisti e spettatori dei leali i più diversi.
Coloro che si sono assunti il compito di riflettere sul teatro e di scriverne la storia o la cronaca, quando parlano del “teatro di gruppo” come di una “corrente” artistica legala ad una fase della moda, vengono meno al loro dovere professionale: mostrano di non conoscere la storia del teatro; di ignorare la dialettica che regola la sua presenza sociale e lo rende vivo – nelle sue molte facce – per molti diversi spettatori; non sanno riconoscere il valore e l’ampia influenza che possono avere i fenomeni culturali caratterizzati da numeri con poche cifre.