C. Meldolesi

di Claudio Meldolesi

Il nome “Teatro Ridotto” non invoglia lo spettatore in cerca di sensazioni. Per logica di mercato, quel gruppo con quella sigla, ospitato in un ex centro ricreativo del Comune di Bologna nella periferia della città, quasi in campagna, non avrebbe dovuto “chiamare”, cioè avere pubblico e consensi. Invece non è stato così. Quasi dieci anni fa Renzo Filippetti e i suoi compagni, provenienti da Roma e da altre parti di Italia, fecero una scelta azzardata, trasferendosi nella cosidetta “citta peccatrice” e accettando di accasarsi nella sua estrema periferia. Ma Bologna è una città stratificata, nonostante la definizione woitiliana; e i gruppi teatrali – quelli buoni – sono entità complesse, viventi della personalità di ciascun membro. Perciò il radicamento “all’antica” del Teatro Ridotto ha stimolato le qualità individuali dei giovani artisti vaganti, che hanno saputo scoprire una nuova domanda culturale nella città che li ospitava. Bologna – si dice – tende ad addormentare le intelligenze teatrali che operano nel suo territorio, perchè l’ospitalità vi comporta spesso una omologazione, un appiattimento: così vari artisti immigrati si sono assuefatti all’integrazione e hanno dimenticato ciò che il teatro anzitutto richiede: di lacerare l’apparenza, di toccare il “nervo scoperto” (l’espressione è di Codignola), di praticare una diversità.

Il “Ridotto”, al contrario, è partito dal basso. Ha fatto professione di umiltà, non disdegnando il lavoro organizzativo, la promozione culturale, la realizzazione di rassegne, senza dimenticare che il teatro è attività globale. Esemplare in questo senso il contributo fornito per il IX centenario de L’Università di Bologna, con una non ancora dimenticata rassegna di spettacoli polacchi e di teatro orientale. E tali iniziative hanno unito il gruppo ed elevato il suo desiderio di produzione autonoma. Così, la realizzazione prima di uno spettacolo di clowns e poi di veri e propri spettacoli, anche il bisogno artistico del gruppo ha trovato prima soddisfazione. La vocazione organizzativa e il bisogno artistico non avrebbero raggiunto, però, un equilibrio o meglio, un vantaggioso “disequilibrio” (per dirla con Decroux), se un terzo elemento non avesse fatto da polmone alla vita del gruppo in genere. Mi riferisco all’elemento pedagogico che il gruppo ha esercitato con rigore e continuità. In questi anni di “allenamento” gli attori del “Ridotto” non si sono stancati di esercitarsi nella loro sede, giorno per giorno, ora perfezionando il loro training, ora addestrando allievi di varia provenienza. Caso unico a Bologna, dove pure si fa molto teatro di ricerca. Così i seminari con gli attori dell’Odin Teatret e con altri specialisti hanno potuto completare questa autopedagogia in progresso; e le potenzialità artistiche del gruppo si sono accresciute, stagione dopo stagione.

Questa articolata esperienza si è poi completata con i cicli di spettacoli e dimostrazioni sul teatro orientale. Senza questa attività tanti studenti del DAMS non avrebbero potuto conoscere le sinergie dell’arte indiana, balinese, araba ecc. (e comprendere come il teatro di ricerca debba essere anzitutto portatore di una diversa cultura); e non avrebbero potuto conoscere nemmeno il lavro dell’ISTA (International School of Theatre Anthropology) che nell’estate del ‘90 ha “invaso” Bologna. Eccoci ad un’altra prerogativa dell’esperienza di cui parliamo: la scelta di stare con i teatri diversi. Scelta che l’università ha dimostrato di apprezzare, affidando appunto a Renzo Filippetti e al suo gruppo la gestione organizzativa del Teatro La Soffitta. Il “segreto” del teatro – come ha insegnato Stanislavskij – è di avere potenzialità umane ed esistenziali superiori a quelle messe in campo, perchè l’arte teatrale consiste in definitiva nel far intravedere una ricchezza (etica ed espressiva) superiore a quella esibita. Ecco, proseguendo sulla strada e valorizzando ancora questo “segreto”, senza perdere la sua originaria umiltà, il suo humus, il “Ridotto” potrà sorprenderci ulteriormente, come gruppo promotore e realizzatore di “offerte” rinnovatrici a tutti i livelli, come teatro globalmente inteso.

Ho apprezzato I poveri disturbano del Teatro Ridotto per la freschezza con cui ha saputo affrontare un tema abissale e/o ideologico, come quello della povertà, di difficile trasposizione sulla scena. Rispetto ai manierismi cortigiani con cui la tradizione teatrale ha detto dei poveri, fino a sfociare nel populismo otto-novecentesco, il lavoro del “Ridotto” non si è limitato a differenziarsi. Esso ha costruito una macchina spettacolare etereogenea ma forte, capace di resistere alla tentazione illustrativa rifacendosi a fonti estranee alla scena, letetrarie, filmiche ecc. : e ne è venuto un buon evento teatrale. Il teatro può far questo, se sa creare dal piccolo, come il Teatro Ridotto. Perchè il grande non può rappresentare il piccolo, mentre il piccolo può analizzare il grande arrivando a darne le più varie trasposizioni. In questo caso, le tecniche povere e lo spazio semplice e raffinato del “Ridotto” hanno creato la povertà, a partire dalle sue convenzioni sceniche. Tutto può diventare teatro così. Teatro come forma elevata capace di mostrare epicamente la miseria, perfino il dolore. Ciò richiede precisione rappresentativa: di ritmi, di azioni, di ambientazione. E in questo terreno la capacità laboratoriale del “Ridotto” ha saputo vincere la sua battaglia. Abbiamo così visto, concretamente, che la povertà non è solo pennuria è anche la grande cultura dei miseri, giunta fino a noi attraverso la più lunga storia che l’umanità ha conosciuto. La cultura della povertà di Lewis è diventato così, ai miei occhi, il testo base di questo lavoro teatrale. Non a caso, la povertà è transnazionale. Si riproduce ovunque con forme analoghe, e, così è giunta a noi attraverso il dolore e anche il riso di umanità intere, di epoca in epoca. Il “Ridotto” non è un teatro caposcuola, ma la sua capacità di affrontare tematiche estreme come quella della povertà, e di farlo combinando culture teatrali diverse, come quella latinoamericana, lo rendono utile e, a volte, necessario.