regia: Giuseppe Goisis
con: Alfio Campana, Lara Angioletti, Nicola Cazzalini, Margherita Tassi
Louis-Ferdinand Céline fu il nom de plume, tratto dalla nonna materna tanto amata. Quello vero era Louis Destouches. Nato nel 1894, arruolato che combatté contro i tedeschi, dirigente di una piantagione di cacao in Camerun, medico nei rioni dissestati di Parigi, conferenziere per la Società delle Nazioni, pieno di debiti quando, nel 1929, scrisse il suo libro più famoso, Viaggio al termine della notte, per la piccola casa editrice di Robert Denoël e Bernard Steele.
La sua controversa e scandalosa figura ci fu indispensabile.
Serviva Cèline, infatti, per un sentimento furioso e sordido della morte, cinico e pietoso, allucinato.
Serviva Cèline per restare fedeli a un’onesta cognizione sul campo del dolore e non smettere di sperare, inquieti e nudi, che il mondo riservi squarci di bellezza, lapsus di pudore e sensibilità.
Serviva Cèline, infine, per uno spettacolo privo di pessimismo, senza storia, sgrammaticato.
“Mi trovo bene solo in un grottesco ai confini della morte”, scrisse a Léon Daudet, nazionalista monarchico, fondatore dell’Action Française: “A tutto il resto sono insensibile”.
Giocare alla morte insieme a lui. Questo abbiamo fatto, logorati dallo stesso tarlo.
Totò e la sua poesia sono il primo dei giochi. La livella. Un cimitero spoglio nel quale, in proscenio, schernire le pagliacciate litigiose dei vivi per cantare la serietà democratica degli spiriti defunti. Sullo sfondo, un guardiano che dispone e innaffia croci, e due maschere calliformi da commedia dell’arte (una pare proprio Arlecchino). Si divertono. Dissacrano. Fanno baccano. Fanno ciò che fanno le maschere, spiriti apotropaici, traghettatori di anime, connettori privilegiati fra gli inferi e il cielo. Le croci sghembe del guardiano, nel cimitero, ricordano quelle di Kantor.
È poi il turno di Bach e dei suoi violini. Sullo sfondo pre-tragico dei guizzi a corde, il secondo gioco è quello di una bambina bianca, che gioca appunto, ai pupazzi, a nascondino, all’armonia familiare, a memorie luttuose, alla provvidenza presunta, insieme a un compagno folletto, mischiando le proprie parole a quelle di Cèline, e mentre un dagherrotipo seppiato ritrae la freddezza del suo mondo affettivo. Immagine che svuota e delude l’unica speranza segreta: non morire soli.
La scena che cambia, che rimescola il teatrino delle rappresentazioni, conduce a Baudelaire, ai Fiori del Male.
Anche di lui, come di Céline, serviva la presenza, per l’impasto di ironia e dolore che gli furono propri, per la sua idea di sacralità delle parole, da usare con la sapienza di una stregoneria evocatoria, e per quell’altra sua idea, di una bellezza impossibile senza una certa irregolarità nelle proporzioni. Infine, per il suo ritratto di una morte civetta e stravagante, che partecipa al ballo e cela lo scheletro sotto una veste d’ampiezza regale, agghindandosi con fazzoletto e guanti, scarpini infiocchettati e corone di fiori. Morte che, così camuffata, racconta un’officiante della gran festa, scherza e gioca al sabba del Piacere, non riconosciuta dai più, i mortali, e quando pure lo fosse, fuggita dai ballerini inferociti.
Spettacolo in scena il 23 aprile 2010 ore 21.00